Non c’è niente che unisce di più due persone dell’essere genitori di uno stesso bambino.”

(Marriage Story, 2019)

Per molto tempo la famiglia è stata organizzata secondo una struttura chiara e gerarchica, in cui i ruoli erano definiti e poco negoziabili:  essere genitori significava soprattutto trasmettere regole, indicare ciò che era giusto o sbagliato, offrire punti di riferimento stabili. 
Il focus era sul “dire”: spiegare, correggere, insegnare.

Oggi questo modello non è certo scomparso, ma non è più sufficiente.
I figli non crescono tanto attraverso ciò che viene detto loro, quanto attraverso l’esperienza diretta delle relazioni che vivono.

Un genitore può parlare di rispetto, di calma, di ascolto, ma se nella relazione quotidiana con l’altro genitore emergono tensioni non espresse, svalutazioni o distanze emotive, il bambino apprenderà soprattutto da quel clima lì.
I figli non imparano solo contenuti, ma modalità: come si gestisce un conflitto, come si sta nelle differenze, come si ripara dopo una rottura.

Essere genitori, allora, non è semplicemente sapere cosa è giusto fare, bensì significa riuscire a tradurre quel sapere in presenza, in coerenza, in esperienza vissuta assieme ai figli e con l’altro genitore, passando così dal “sapere” al “saper essere”.

In questo senso, la genitorialità non è mai un fatto individuale, ma è sempre, inevitabilmente, una questione che riguarda almeno due adulti, anche quando la relazione di coppia cambia o si interrompe, resta un dato fondamentale: si è sempre genitori “con” qualcuno, ed è proprio in questo “con” che si gioca gran parte dell’equilibrio emotivo del bambino.

Il punto non è essere identici, né pensarla allo stesso modo su tutto, le differenze tra genitori sono inevitabili e, spesso, preziose, diventano problematiche quando si trasformano in scontro, competizione o delegittimazione reciproca, è proprio qui che il divario tra dire e fare diventa evidente.

Molti genitori riconoscono l’importanza del dialogo e del rispetto, ma fanno fatica a mantenerli quando si trovano in disaccordo, eppure è proprio in quei momenti che il bambino osserva con più attenzione e che impara cosa significa “stare in relazione con”.

Da ciò che vede, costruisce una mappa interna delle relazioni: impara se il conflitto è qualcosa che si può attraversare o qualcosa da evitare, se l’altro è una risorsa o una minaccia, se le differenze dividono o arricchiscono.


La relazione tra i genitori diventa così una sorta di regolatore emotivo del sistema familiare. Non perché debba essere perfetta o priva di tensioni, ma perché è il luogo in cui le emozioni prendono forma, si modulano, trovano — o non trovano — uno spazio di elaborazione.

Quando il conflitto non viene riconosciuto e gestito, rischia di ricadere sul figlio, non sempre in modo esplicito, ma attraverso dinamiche quali aspettative implicite, alleanze invisibili, richieste emotive che il bambino non è in grado di sostenere: senza accorgersene, può trovarsi a portare un peso che non gli appartiene.

Non è il conflitto in sé a creare difficoltà, ma il modo in cui viene attraversato: due genitori possono anche discutere, ma se riescono a mantenere rispetto reciproco, a riconoscersi e a riparare dopo uno scontro, offrono al figlio un’esperienza fondamentale, quella di relazioni vive, certo, “imperfette”, ma sicure.

Al contrario, un’apparente armonia costruita sull’evitamento o sul silenzio può risultare più disorientante, il bambino percepisce comunque la tensione, ma non ha strumenti per comprenderla.

Essere genitori “con” significa riconoscere che l’altro genitore è sempre una parte dell’esperienza del figlio, anche quando è diverso, anche quando propone strade che non condividiamo del tutto.

Questo richiede un passaggio importante: uscire dalla logica del “chi ha ragione” per entrare in quella del “cosa serve davvero a nostro figlio”.

In questo spazio, anche il conflitto può trasformarsi, non scompare, ma cambia funzione: diventa occasione di conoscenza e di crescita.
Atteggiamenti come rispetto, curiosità e apertura smettono di essere ideali astratti e diventano strumenti concreti della relazione.

Rispetto significa riconoscere che anche l’altro sta cercando di fare il meglio possibile.

Curiosità significa provare a capire, invece che giudicare.

Apertura significa lasciarsi modificare, almeno in parte, dall’incontro con l’altro.

Questo ha un impatto diretto sul bambino, perché ciò che lo protegge davvero non è l’assenza di difficoltà, ma la presenza di una relazione capace di accoglierle.

Un’esperienza difficile può essere affrontata e integrata se il bambino sente che c’è uno spazio in cui le emozioni possono essere condivise e comprese.
Al contrario, anche situazioni meno intense possono lasciare tracce profonde quando manca un contenimento emotivo adeguato.

Alla fine, il punto centrale resta questo: i figli non crescono dentro le regole, ma dentro le relazioni, e le relazioni non si costruiscono con le intenzioni dichiarate, ma con i gesti quotidiani, con il modo in cui ci si incontra, ci si scontra e ci si ritrova.

Perché, in fondo, i figli non hanno bisogno di genitori perfetti. Hanno bisogno di genitori che sappiano tornare sui propri passi, riconoscere quando qualcosa non ha funzionato e provare a rimetterlo a posto.

È da qui che imparano che gli errori non rompono le relazioni, ma possono diventare occasioni per capirsi e ritrovarsi.

E questo lo apprendono ogni giorno, osservando non tanto ciò che diciamo, ma ciò che facciamo, soprattutto tra di noi.

Quando tutto questo non è semplice — e spesso non lo è — può essere utile avere uno spazio in cui fermarsi e pensarci. È il lavoro che faccio nel mio sostegno alla genitorialità: accompagnare i genitori a dare senso a ciò che accade e a trovare modi più sostenibili per stare nella relazione.

Dott.ssa Valentina Troiano


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